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Primi tentativi di
costruire la nostra chiesa
Don Angeli,
parroco dal 1872 al 1876, lamenta la ristrettezza della chiesa
(appena 72 metri quadrati) e il fatto che i parrocchiani assistono
alla messa fuori dalla chiesa "pervasi dai cocenti raggi del sole o
esposti ai rigori del rigido inverno, costretti a calpestare la
terra che ricopre le ossa dei trapassati, e infestare le tombe di
quelli che pochi giorni prima il colera brutalmente aveva rapito",
esprime il desi-derio di costruire un nuovo cimitero, perché
l'attuale diverrebbe inutile con il termine dei lavori del nuovo
Tempio "cominciato nel 1854 e sospeso da molti anni".
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Mappale del fondo Mutti
1887-1905. Ai mapp.1071 e 1072 le case abbattute per
erigere la chiesa. |
Fa inoltre
notare che la parrocchia si estende per sette km, mentre dal lato
opposto, al confine della provincia "non c'è neppure una casa" e si
rammarica dell'interruzione dei lavori del nuovo Tempio, che doveva
misurare 18 metri di lunghezza e 15.13 di larghezza, per un'altezza
finale di 14.5 metri, fermatasi però a 5 per la morte del Patriarca Mutti. Le pietre abbandonate in parte sparirono per le intemperie e
per "le mani depredatrici dei ladri".
Il progetto
dell'ingegner Fuin prevedeva l'esecu-zione dei lavori "in via
economica" e l'utilizzo di massi di pietra prelevati da fondi
privati dell'antica strada romana detta "dell'Agozzo", trasportati
su carri e buoi da "zelanti" parrocchiani, collocati nelle
fondazioni della chiesa.
Su indicazione
del Cardinale di Venezia Angelo Sarto le misure vennero ampliate con
un secondo progetto dell'ingegner Gris.
Il parroco
lamenta anche come il Municipio fosse costretto a spendere ogni anno
ingenti somme per il restauro della chiesa, vincolata a beneficio
Municipale, mentre "tra venti o trenta anni essa non sarà più capace
di restauri e bisognerà ultimare quella nuova", con inutile esborso
di denaro che sarebbe stato meglio impiegato per l'edificazione di
quella nuova o la costruzione di un nuovo cimitero, con il "recupero
del materiale dell'antica chiesa da demolirsi".
Le spese inutili per i
restauri della Pieve di S. Michele Vecchio
Esiste una
ricca documentazione delle spese sostenute per il restauro della
Pieve: Dotto Domenico, falegname, presentò un conto di 52.10 lire,
il muratore Boscolo Domenico ricevette 7.50 lire per aver eretto un
muro, Pietro Zavan, tesoriere, salda un conto di 32 lire per un
nuovo portone, il fabbro Giovanni Fiorin fornì un battocchio nuovo
per 6.50 lire, oggetti sacri furono forniti per un valore di 3.890
lire.
Il lungo elenco
di riparazioni rende l'idea di come i restauri fossero sempre più
frequenti e in un certo senso inutili, specialmente se si considera
la lamentata distanza della pieve dalla residenza dei parroc-chiani.
La nascita della Pieve
di "S. Michele Nuovo"
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Casa colonica abbattuta per l'edificazione della
nuova chiesa |
L'uomo della
provvidenza fu Francesco Bressanin, perso-na devota, esattore nel
comune, che donò al Cardinal Muti il terreno collocato nella zona
detta "la scarpa di Musestre", su cui doveva sorgere la nuova
chiesa.
L'intenzione del Cardinale era di permutare il terreno donato con
uno equivalente nelle vicinanze, per il quale si offerse il
Cavaliere Giuseppe Reali, possidente. L'area commutata oggi ospita
l'attuale chiesa, la canonica, il patronato e il campo sportivo.
Quanto alla
"scarpa" (scarpata), si trattava del territorio compreso tra
l'attuale palazzo municipale e l'argine del Sile, formato da un
lungo pendio in direzione del paese.
Nel febbraio
del 1854 il Vicario Generale Mons. Moro poneva la prima pietra della
nuova chiesa: sottoscrissero l'avvenimento: Antonio Ceschel, ex
agente comunale, Francesco Vian, ex cursore comunale, Nicodemo
Perazza, oste, Isidoro Paquola, nunzio, Giovanni Paludo,
agricoltore.
Molti furono i
dubbi su dove posizionale l'edificio, chi proponeva la località
"Casona" (capannoni di via Claudia Augusta), chi il territorio "La
scarpa", altri suggerivano la zona tra "Il Capitello Bozza e Ca'
Fo-scoletto" (identificabile oggi con Palazzo Lucheschi o forse
l'edificio Perazza).
Ma il Cardinale
sceglie come punto più centrale "la linea della via verso Gajo dove
mette alla strada che fronteggia il Sile" (via "Pascoloni", attuale
via Stazione). Il prelato sostiene che nessuna casa colonica
presente deve essere demolita fino all'agibilità della nuova chiesa,
forse per darle in locazione e con il ricavato contribuire alla
spesa. Una di queste verrà assegnata a Perazza Nicodemo, per essere
demolita prima dell'inaugurazione della nuova chiesa.
Il Cardinale
Mutti pensava anche alle adiacenze, alla sacrestia "che non occorre
sia grande", il campanile che sarà "eretto con tenuissima spesa"
(sarà in effetti edificato 100 anni dopo ad opera di don Carlo Scattolin), per una spesa prevista di 21.853,84 lire (austriache).
Alla morte
(1874) il cardinale lasciò la proprietà in eredità in parti
equivalenti ma indivise al Seminario Patriarcale e alla
Congregazione di Carità di Venezia.
Dopo numerosi
rinvii e sospensioni, i lavori ripresero nel 1904 quando il Card.
Sarto, divenuto Papa Pio X°, acquisto la parte spettante alla
Congregazione della Carità e ricevette in dopo quella di proprietà
del Seminario Patriarcale. Il tutto con atto notarile del 3 maggio
1905 passò alla Parrocchia S. Michele.
I lavori
ripresero celermente fino all'inaugurazione avvenuta il 30 aprile
1905, grazie agli aiuti del Papa, che donò anche la grande pala
raffigurante S. Michele Arcangelo (copia dell'autentica di Guido
Reni).
Il
tentativo di esproprio
Il comune di
S.Michele del Quarto tentò l'esproprio dell'area, come si apprende
dalla lettera del 12 marzo 1877, senza peraltro avvertire
preventivamente la Cancelleria Vescovile, area in cui stava sor-gendo
la nuova chiesa. Il tutto su voce che l'eredità Mutti avesse
autorizzato il Municipio a tale intervento, ma la risposta delle
autorità religiose, cui fu unita una dichiarazione del Marchese
Ottavio di Canossa, pose fine al tentativo.
L'inaugurazione
Quando è stata
inaugurata la chiesa non era ancora completamente terminata, come
risulta da foto dell'epoca; mancavano le due sacrestie, sacrificate
per motivi economici a favore della costruzione successiva della
canonica, a ridosso della chiesa per consentire al parroco con un
breve tragitto di partecipare all'attività religiosa. Nel frattempo
don Cesare De Martin indossava la veste talare sul retro dell'altare
maggiore. Solo nel 1913 l
cardinale Cavallari consacrò definitivamente la nuova chiesa, con
sacrestie e tre nuovi altari (il Maggiore, della Madonna di Lourdes
dono della famiglia Canossa, della Sacra Famiglia dono dei nobili
Reali). Nel 1920 la sacrestia vide la luce elettrica (una
treccina esterna appesa alla parete a 125 volt).
Durante gli
anni del servizio pastorale di don De Martin (1902-1923) avvennero
le trasforma-zioni più importanti: l'edificazione della chiesa e
della canonica,l'acquisto dell'organo, posto provvisoriamente al
lato dell'altare per trovare poi sistemazione definitiva dietro lo
stesso.
Don Cesare De
Martin, quando la malaria colpì il 20% del comune (50 furono i
bambini del paese ospitati nei centri antimalarici del Veneto), fu
in prima linea adoperandosi nella distribuzione di medicinali
nell'ambulatorio medico, ma il 25 maggio 1923 il parroco rassegnò le
proprie dimissioni per motivi di malattia e perché ostaco-lato da una
esigua parte del paese (venne sottoposto a frequenti aggressioni
notturne da un piccolo "manipolo militare").
Si ritirò a
Trevesio, ospite nella casa del padre, e morì addolorato per non
aver potuto "edificare al me-glio la cura pastorale di S. Michele
del Quarto dove le condizioni del paese non sono punto migliorate".
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