Ricerche storiche
La comunità di Quarto d'Altino nella sua storia religiosa e stradale

Don Cesare De Martin, primo parroco, e don Sante Bello cappellano

Di origine friulana, ma dall’umore bonario, don Cesare De Martin era un prete generoso e zelante, benvoluto da tutti, esigente con se stesso e comprensivo con gli altri, affettuoso e insieme rigoroso. Ma nella gestione dei problemi della parrocchia non ottenne mai, forse per reciproche incomprensioni, il sostegno dei superiori, visto com’era per una persona eccessivamente apprensiva e un po’ debole. 

Si trovò in difficoltà di fronte a personaggi e associazioni (“leghe”) che tentavano, anche con minacce e raggiri menzogneri, di piegarlo ai loro intenti pretta-mente privati o di parte, ma reagì ostentando sempre obiettività, giustizia e rispetto per tutti in ugual modo, inimicandosi però un po’ tutte le associazioni, dalla lega sindacale Bianca che vantava la vicinanza ai cattolici a quella Rossa dei socialisti (ugualmente ostili), a quella Verde dei repubblicani, a quella in tinta scura che mirava solo a maltrattarlo.

Nel clima politico degli anni venti, che vide  rappresentanti delle leghe Bianche e latifondisti cattolici confluire nel movimento delle camicie nere e lo scontro con don Sturzo, si accentuò quell’anticlericalismo viscerale che vedeva i preti imputati di scarso patriottismo.

Così don Cesare, uomo di cultura, dedito al suo apostolato, subì angherie e rimproveri, e alla fine si chiuse in una decisione senza incertezze. Per timore che le ostilità avessero seguito, trascorse gli ultimi mesi esiliato nella casa canonica, da cui usciva raramente e solo con persone fidate.  

  1905 foto ricordo davanti la canonica dopo l'inaugurazione della chiesa nuova.
  Davanti il Patriarca di Venezia Aristide Cavallari e a sinistra don Cesare De Martin

Le lotte contadine e l’epoca travagliata di Don De Martin

Tentò di ricostruire il tessuto morale e civile di un paese che a causa della 1^ guerra mondiale stava perdendo l’identità cristiana: per questo fu bersaglio di battaglie verbali, di ostilità, di calunnie, ricevendo violenze mirate alla sua persona. Il prete, dopo Caporetto, la fuga di funzionari e di proprietari e il forzato permanere nelle proprie case del personale agricolo, divenne l’unico riferimento della povera gente.
Terminate le ostilità, i proprietari tentarono di imporre il pugno di ferro, ma i contadini risposero con l’occupazione del municipio e l’irruzione nella villa Reali. In questo clima anche il parroco di S. Michele del Quarto si trovò coinvolto.

Le violenze al sacerdote e l’abbandono ecclesiastico

Il clima di continue intimidazioni induce don De Martin a far presente la situazione al Patriarca card. La Fontaine, il quale, senza curarsene molto, gli propone un periodo di riposo. Proposta rifiutata, a cui don Cesare risponde con una richiesta di allontanarsi almeno per un paio d’anni e in ogni caso a proprie spese, in quanto sofferente di malaria ma specialmente per le avversità politiche cui era soggetto.

Ma i rapporti con la Curia sono sempre meno idilliaci e il parroco scrive “dichiaro a V. Eminenza che senza attendere il Placet per Colle, intendo rinunciare, come rinuncio, entro il 31 dicembre corr. (1923) sia al beneficio canonico, sia alla temporalità di S. Michele del Quarto, per poter liquidare prima del nuovo anno ogni pendenza sia civile sia ecclesiastica”.

A tutt’oggi comunque non è iniziata alcuna procedura canonica per la definizione del caso, tant'è che i parrocchiani di Quarto d'Altino sono ancora in attesa della riabilitazione del loro parroco.

Dal Diario personale del Patriarca di Venezia Mons. Pietro La Fontaine

La ripugnanza dei fascisti verso don Cesare è assai nota a Quarto d’Altino e della sua vicenda, quanto di quella del cappellano don Sante Bello, se n’è occupato il Patriarca La Fontaine: le annotazioni sono riportate in 15 quadernetti manoscritti.  “(…) Il Conte Donà delle Rose venne a domandarmi di rimuovere il parroco di S. Michele del Quarto … che questo era desiderio di alcuni (…)” Il Conte Donà era un leghista Bianco: più tardi confluirà con le camicie nere. “Risposi che non saprei dove metterlo e che non potevo lasciarlo in mezzo a una strada, che la parrocchia gli aveva dato tanti contrassegni di benevolenza dopo l’aggressione (…)”.

Il carteggio tra il Patriarca e don Cesare da un lato, e le autorità di partito dall’altro, confermò la posizione mediatrice dell’autorità religiosa, che accondiscese alla richiesta dell’esasperato don Cesare di ritirarsi a vita privata.
  Interpellato, don Sante Bello, cappellano di S. Michele-Pallade-Portegrandi (di cui diverrà parroco nel 1924), difese don Cesare e fu lui stesso a far presente più tardi “(…) delle imprudenze e dei pericoli che correva don De Martin (…)”

La fine di don Sante Bello

Dopo le dimissioni del parroco, don Bello, di orgine altinate, fu incaricato dei battesimi e degli infermi e proprio in tale circostanza ricevette l’invito a inaugurare il gagliardetto fascista, ma rifiutò in quanto impegnato a Tre Pallade. In realtà condivideva  gli ideali di don Cesare e si attenne al regolamento canonico che impediva l’ingresso in chiesa alle bandiere non benedette, o perlomeno non istituzionali. Era il 1° dicembre 1922, data in cui le disposizioni furono cambiate.
 
Don Sante era un appassionato della motocicletta (cosa insolita per l’epoca): ne possedeva una logora di seconda mano, che gli consentiva di spostarsi in una parrocchia molto vasta, raggiungendo anche le famiglie più disagiate e lontane.
Anche quando la Curia lo convocava, utilizzava la sua moto percorrendo la "Triestina".  Proprio di ritorno da Venezia, il 1° agosto 1930,  il suo corpo inanimato fu rinvenuto in un fossato nei pressi di “Ca’ Noghera”. La voce popolare parlava di collisione, ma il responsabile rimase introvabile e quindi impunito.

Il tempo ha cancellato anche il ricordo e la commozione dell’estremo saluto al sacerdote, e il disinteresse della vicenda ormai pressoché generale, dimostra quanto passeggera sia la memoria degli altinati. Tuttavia l'interesse e la peculiarità del fascicolo, di cui ci auguriamo una buona diffusione e una meditata lettura, potrebbero smuovere quel senso di moralità cristiana che rende disponibili anche coloro che ne hanno notizia; chi sa qualcosa lo dica: don Sante, guida spirituale di indubbie qualità morali e spirituali, morì a soli 41 anni, anche la sua giovane età lo richiede.

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