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Il dovere della
storia
Un anonimo tempo fa scriveva: “Povere
campagne che il colono fatica a rivendicare all’onor delle messi,
furono cospicue città, villaggi ove il cittadino va ora a gittare il
fardello delle noie d’un vivere compassato, ebbero tanta parte nello
svolgimento della civiltà universale, da meritar ciascuno una
storia”. Un appello a raccontare uno stato in vita legato alla
storia del proprio paese per smuovere le emozioni e gli affetti
degli altinati, da sempre schivi, riluttanti, o indolenti nel
raccontare vicende e memorie lasciate dai propri padri.
E questo sia per la condizione servile del contadino sia per
l’essere stati costretti al lavoro dei campi rinunciando
all’adolescenza, all’istruzione, allo sviluppo della personalità.
Così oggi non esistono testimonianze e memorie, ma solo riferimenti
che i proprietari spesso riportavano a modo loro.
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1923 ingresso del parroco don Giuseppe Bettiolo
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Nel 1893, un periodico della Curia locale intervenendo a favore dei
contadini, rivendicava loro il diritto al riposo festivo e
rivolgendosi ai proprietari più conservatori del territorio,
dichiarava: “…sono uno peggiore dell’altro, che s’avvinghiano al
collo del miserabile e non gli lasciano il respiro e lo strozzano,
dandogli pane solo in cambio di sangue (…) caricano sulle sue spalle
il peso di tutte le tasse: non hanno pietà di lui (…) ingrossano
sempre le pesanti cifre di quel maledetto libro dei crediti, anche
quando la grandine devasta ogni cosa nelle campagne (…) prestano un
sacco di grano per averne due (…) mettono bende sugli occhi dei
contadini e girano loro, a capriccio dell’agente tutti gli affari
della stalla (…) smungono il muscolo del contadino e non ne
rispettano l’anima (…) vediamo questa turba d’infelici gementi,
vittime delle migrazioni e della pellagra”.
Anche don De Martin parroco di S. Michele, viste le pietose
condizioni dei contadini, non esitò, fatto inusuale a
quei tempi, a scagliarsi dalla balaustra della chiesa contro i ricchi della zona
accusandoli di malvagità e invitandoli al rispetto del settimo
comandamento.
Ne ebbe ostilità, violenza fisica, minacce di morte, e infine
l’abbandono ecclesiastico. La nobiltà dell’epoca, infatti,
era molto riluttante ad accettare una disciplina strettamente
religiosa se non quella proposta da loro stessi e sottoscritta dai
contadini illetterati, che nel patto colonico, si firmavano
prevalentemente con un segno a forma di croce.
Lungo il Sile sorgevano ville e proprietà vacanziere frutto di
quella che il De Martin chiamava opulenza, che porta all’eccesso e
soffoca gli aspetti più intimi, i ricordi che non abbiamo saputo
conservare, smarrendo quello spirito dei coloni che ci fa sentire
più poveri nello spirito.
Ma qualcuno meditò nel proprio intimo, comprese ansie e tormenti,
condivise sentimenti e stati d’animo, in seguito apprese gli eventi,
le gesta, le storie e le tradizioni, e ora vorrebbe raccontarle.
Così, dando voce all’anonimo, narreremo quanto accadde a S. Michele
del Quarto in quell’anno 1910.
Una famiglia: cinque casati
Dopo un ventennio di appelli finalmente un intero
casato, composto allora da 82 persone, fu diviso in tre nuclei
familiari: ognuno ricevette un alloggio proprio; il ceppo con più
eredi mantenne il medesimo domicilio, quelli minori furono
trasferiti altrove.
I possidenti gestivano in modo feudale il mondo
agricolo, unica ricchezza di allora, ma, di fronte alle pietose
condizioni dei coloni, accondiscesero alle loro richieste.
Non si conoscono le motivazioni di questa condotta. Conosciamo
invece le ragioni della divisione, individuata nell’eccezionale
presenza umana dovuta alla prolificità del casato, tanto massiccio
da moltiplicare il bisogno nutrizionale dei contadini; misura che
influì notevolmente sui fondi coltivabili, in origine sufficienti,
in seguito carenti sino a non poter sfamare l’intera collettività.
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Anni '50 il campo dietro la
canonica |
D’altra parte mettere al mondo una schiera di figli
era d’obbligo per conservarsi l’attività, la cura degli anziani,
anche per ga-rantirla alla prole, la quale, sempre più isolata dal
mondo civile, altro non poteva sperare che in un possibile
avvicendamento.
Di conseguenza circa la metà dei residenti; per la ristrettezza
dell’alloggio, disagio, malnutrizione e quant’altro, fu divisa dal
proprietario. Trent’anni dopo, per lo stesso motivo, la maggiore ed
in seguito una minore, furono divise ancora una volta.
Nacquero allora altri due casati; cinque in tutto, il cui parentado
per un secolo e più, si mostrò la compagine più numerosa a S.
Michele del Quarto. Ma per conoscere interamente le vicende dobbiamo
trasferirci a ritroso di sei anni.
L’origine dei cinque epiteti
L’annuncio della Curia della
costruzione della nuova chiesa non fece felici i cittadini di S.
Michele Vecchio, che 60 anni prima avevano respinto il progetto di
trasferimento della loro chiesa.
Urgeva demolire la vecchia chiesa, recuperarne i mattoni, alienare
la canonica, il terreno circostante e così via; i residenti invece,
contavano sulla conservazione della chiesa, sulla tutela dei nove
sacerdoti allora tumulati sul pavimento. Il decimo sacerdote morì il
20 luglio 1902; per don Giulio Codemo, cui fece seguito don De
Martin, non c’era più spazio disponibile e fu sepolto a fronte della
porta maggiore.
Ma con i fondi previsti, oltre al contributo di Pio
X, si edificarono mura e tetto. Il nuovo parroco giunto nel 1902
dovette fare di necessità virtù e, cercando manodopera non
qualificata, bussò alla porta del numeroso casato, a cui chiese
dapprima la disponibilità, poi la collaborazione. Ben inteso senza
nessun compenso! non c’erano denari, ma solo per
carità cristiana e per la gloria del Signore. Nonostante si fosse
rivolto ai più bisognosi della comunità, che non rifiutarono,
neppure quando era impellente il lavoro nei campi. Invero anche altre famiglie furono disponibili nell’offrire manovalanza.
Ma per la divisione delle famiglie, si doveva
trattare con ogni casato, individuarne le residenze, distinguere le
persone che avevano lo stesso nome in ogni famiglia, confuso e
simile in una mescolanza d’epiteti, raffiguranti l’arte, nobiltà,
battaglie e quant’altro, che per discernerli tutti si dovette
assegnare a ciascun casato un titolo diverso dall’altro (1).
(1)
– Per il numero esorbitante dei suoi inquilini, la fam. colona
Bonesso era chiamata “ B. Grande”. In gergo dialettale “Grando”.
- Tra il 1909/10, quando per la prima volta il casato fu diviso,
contava più di 82 persone. Causa che costringeva i contadini
alloggiare in ricoveri esterni all’abitazione, (Casoni o baracche) e
i pasti, per quanto consumati nella medesima cucina, avvenivano
separatamente in due turni diversi. Tra il 1936/37 il nuovo
proprietario disgiunse ulteriormente il nucleo familiare. Da
entrambe le separazioni nacquero cinque casati con altrettanti
titoli diversi. Dalla prima separazione nacquero: B. Grande -
B. Piccolo o Bonesseto - B. Mandria o Brustolae in
seguito B. Cà Bianca, in un secondo tempo B. Mandria
Piccola. Dal 1848 al 1999, la presenza dei B. a Quarto d’Altino
contava 228 nascite. Se poi vi aggiungiamo i precursori riconosciuti
in 15 persone giunte dal comune di Mogliano Veneto, la cui presenza
oramai trapassata è rimasta solo un ricordo di famiglia, sommano
compresi, 243 individui. Eccetto gli emigranti transoceanici,
europei e nazionali, quanto vi rimane, è presente nel territorio
comunale e limitrofo. Le persone decedute, quanto quelle viventi,
sono documentate in un elenco progressivo conservato dallo
scrivente. Inoltre, la storia non comune, l’abbattimento dei resti
del terrapieno della Via C. Augusta, i blocchi di marmo trasportati
tra le fondamenta della nuova chiesa, il contributo manuale per la
sua costruzione, lo stato precario, il suo modo d’essere, memorie,
circostanze ed episodi; sono tuttora presenti nei ricordi di
famiglia.
Le visite
pastorali alle “Pallade” e l’archibugio di don Menini
Narriamo ora di un piccolo lembo di storia locale,
meglio di un vissuto di povertà, sofferto e sopportato dai coloni
B. allora fedeli della parrocchia di S. Michele del Quarto, ma
dipendenti dalla cappella di S. Magno delle Pallade. (2), che
il Capanni ricorda nel 1844 come meschina chiusuccia non soffittata,
in riva al Sile presso la Villa di proprietà Lattis (ora Trattoria
Cesaro; al cui lato esisteva scuderia e calessi: ora magazzino).
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18 luglio 1954 Comunione
Solenne, foto ricordo |
Il 16 luglio 1821, l’allora Patriarca di Ve-nezia
Giovanni Pyrker - in visita pastora-le alle Tre Palade, nei pressi
della casa colonica cui si parlerà (3), mosso a pietà,
annotava: “Vi sono miserabili dipendenti e villici
lavoratori, miserabilissima parrocchia di povere paludi, zona
sog-getta ad inondazioni per lo straripare del Sile - Il suolo è
formato in gran parte dalle foci dei fiumi, è paludoso e solitario -
La popolazione è rurale e misera.
Ma più di tutto, ciò che devastava la quotidianità dei contadini,
erano le risaie dei Lattis, situate lungo il Siloncello e portatrici
del morbo della malaria.
E Jacopo Monico, nuovo patriarca di Ve-nezia, il 7
luglio 1842 registrava: “Tutti poveri – quasi tutti servi
colonici. – Non ci sono levatrici - Il peccato dominante è la
bestemmia, ma i parrocchiani sono buona gente – La scuola è tenuta
dal Parroco - La chiesa è rovinosa e indecente – La casa canonica
insalubre - La frequenza alla dottrina cristiana è discreta, data la
difficoltà di comunicazioni e le fre-quenti inondazioni”. Poi
invitava il parroco don Michele Menini di “togliere lo schioppo
appeso accanto all’altare della Madonna”. Il fucile, anche se
scarico, scoraggiava i malvagi che armati di pugnali e spade
entravano nella chiesetta, commettendo furti e rapine, terrorizzando
anche i fedeli dediti alla preghiera.
Anche la chiesa di S. Michele Vecchio fu soggetta
alle medesime ruberie, praticate dai seguaci votati agli ideali
napoleonici. Ricordando l’occupazione francese, pensiamo alle razzie
effettuate nelle chiese e nei cenobi altinati; anche il monastero
delle “Pallade” fu saccheggiato (ora Cà delle Anfore). Già! Ma
questa è un’altra storia.
(2)
- La cappella di S. Magno delle Tre Pallade dipendeva sin dal 1592.
(sec. XVI) dalla parrocchia di S. Michele del Quarto. Data in cui fu
visitata per la prima volta dal vescovo Antonio Grimani. Di essa si
ha notizia già dal XV. sec. - (1400) - Nel 1692, in luogo della
prima ne fu eretta una nuova, della quale si conserva la foto
unitamente alla torre campanaria, poi distrutta; il tutto benedetto
dal vescovo Girolamo Contarini. Nel 1912, per soddisfare i bisogni
della popolazione in continua crescita, si eresse una seconda chiesa
più ampia in località Portegrandi.
(3)
– L’edificio accennato oggi porta il titolo Cà delle Anfore. Dal
1848 vi dimorò la fam. colona Bonesso. All’epoca era sotto la
cappella di S. Magno delle Pallade, molto lontana quindi dalla
chiesa di S. Michele del Quarto, allora situata nell’odierno S.
Michele Vecchio. Costruita la nuova chiesa, l’edificio abitato dalla
fam. B. sarà inserito nel distretto ecclesiastico di Quarto
d’Altino, dove tuttora risiede. Lo spazio limitato impone
l’esclusione delle fonti riguardanti il cenobio, nonché le vicende,
successioni, trasformazioni e proprietari di Cà delle Anfore.
Quarto d’Altino:
paese immemore e ingrato
Quarto d’Altino non ha mai dimostrato sensibilità verso il fenomeno sociale dell’emigrazione. Si è
scordato dei suoi coloni, di quanti lasciarono il paese per fame. Di
costoro poco o nulla si conosce, si sa solo che se ne sono andate
molte famiglie, di cui si è perso addirittura la memoria. In verità
non sono stati sufficienti sessant’anni di storia repubblicana per
ricordarne l’emigrazione forzata, ma ciò che più sconcerta, non è
tanto l’omissione, quanto non aver saputo approfittare di un’epoca
libera da ogni opposizione di sistema: in passato non era così.
Non a caso in alcuni paesi limitrofi, dove la
disciplina del ricordo è rigorosamente radicata, si celebra la
giornata dell’emigrante, restituendo dignità e cittadinanza sino
allora mai onorate con festeggiamenti a cui spesso seguono visite
alle sculture commemorative, alle case coloniche, per trasmettere
l’italianità perduta.
Da noi non accadde niente di simile e con tale silenzio si è persa
persino la memoria. “Un paese che non ha memoria, non ha neanche
futuro” (anonimo): lo diciamo perché la memoria di un passato,
per quanto infelice, non si trasformi nella tristezza di un silenzio
incomprensibile.
Le cave
maleodoranti di Cà delle Anfore
Nell’anno di guerra 1916 il mese di giugno fu un
periodo particolarmente doloroso per il casato dei “B. Grande”: in
quei giorni di mietitura la morte improvvisa di un giovane
coltivatore, milite per l’occasione, destò costernazione, lacrime e
rabbia. Lamentando la mancanza del pane e la miseria imperante di
fronte all’ignoranza del custode e all’incomprensione del padrone.
Non restava che chinare la testa, salvo rialzarla per chiedere la
chiusura delle cave maleodoranti, cui il sorvegliante rispondeva che
c’erano sempre state.
In effetti c’erano ma dal 1848, data in cui il primo gruppo della
famiglia B. giunse a Cà delle Anfore, ben visibili, situate
dietro e ai lati dell’abitazione, aperte e nauseabonde,
immobili e stagnanti (4). Inoltre
durante le torride estati diffondevano il morbo della malaria.
L’ammorbamento diffuso colpiva il 20 per cento degli abitanti: 450
persone solo tra i contadini e tale effetto si estendeva con
rilevante numero di morti per perniciosa, in quasi tutto il comune.
Contestando le cifre e i pericoli che derivavano
dalle cave e nel vano tentativo di legittimarle, il burocrate
ostile, sosteneva che nei pressi del Sile, area abitata dai
coloni, per effetto dello scorrere delle acque fluttuanti e della
temperatura gradevole che ne scaturiva, doveva generarsi aria
pulita, ben ossigenata, sufficiente da tenere lontano qualsivoglia
infezione, contraddicendosi nel momento in cui
sosteneva la spesa per l’assistenza e per il chinino, come
sostenuto dal colono Eugenio (5).
Anche le leggi sanitarie e il medico oltre al prete e
all’ostetrica, concordavano nel riconoscere il paludismo avanzato.
Quanto a contrastare la violenza dell’epidemia, il colono dichiarava
pensieroso: “Questi ti curano solo con il Chinino di Stato”
(6) e insistendo imperterrito ripeteva: “Ci
vuole ben altro per sottrarci dal contagio”. Nella sua ignoranza
di bovaro, pensava con saggezza che sarebbe bastato chiudere tutte
le cave (7), ma per chiuderle serviva denaro che i padroni,
anche quelli successivi, dicevano di non possedere.
Sfumarono le speranze della famiglia B. Grande,
inutilmente attese per ben 89 anni. Tra i contadini
intanto nasceva
l’impulso di autodifesa, dominava il mormorio delle maledizioni,
sempre taciute e nascoste per paura di rivalse; nacquero allora i
risentimenti e i rancori sino a sfociare nelle agitazioni agrarie
del 1920 (8).
Chi oggi desideri visitare quei luoghi, resi gradevoli da un
verde diffuso e da un’alberatura imponente, si rechi all’oasi
naturalistica delle Tre Palade: tra le cave, che un tempo cingevano
gran parte del territorio, noterà quanto è rimasto delle primitive
incavature. Ora sono rese feconde dall’immissione delle acque del
Sile; un tempo invece costituivano il rifugio endemico della zanzara
anofele, allora vettore della malaria.
(4) –
Episodio
realmente accaduto. La presenza delle cave situate dietro e nelle
immediate adiacenze di Cà delle Anfore; secondo la fam. “B.
Grande” esistevano già dal 1848, data in cui vi giunse il primo
nucleo. Negli anni ses-santa del XX sec. quando la casa colonica fu
abbandonata e posta in vendita con i terreni adiacenti; gran parte
delle cave furono chiuse con materiali di scarto. (discarica) -
Quelle rimaste, sono parte integrante dell’oasi naturalistica delle
Tre Pallade. Solo di recente, in un incontro casuale, la notizia è
stata riferita al presidente dell’associazione ornitologica, sig.
Capitanio Bruno, che nulla sapeva delle lontane origini delle cave.
In un contesto più ampio, riferi-remo le ragioni per le quali furono
realizzate.
(5)
– Il colono si chiamava Eugenio B. - figura singolare,
audace, coraggiosa. Nacque il 2 marzo 1901, sposò Bardi Marcella da
Musestre, con la quale emigrò in Brasile. Spesso, per incontrare la
fidanzata, attraversava a nuoto il fiume Sile. Di lui si raccontano
alcuni diverbi con persone poste di là dell’argine, con le quali
ingaggiava discussioni, che risolveva pacificamente, dopo che a
nuoto aveva raggiunto l’altra sponda.
(6)
– Con la legge Boselli, il farmaco divenne Monopolio di Stato, il
chinino perciò veniva consegnato gratuitamente a tutti i bisognosi.
A S. Michele del Quarto distribuiva don Cesare De Martin. A
Portegrandi don Antonio Rosada e nel 1922 don Sante Bello ad Altino.
- Malaria: malattia infettiva dovuta ad un parassita che viveva nel
sangue e nei visceri dell’uomo, al quale era trasmesso mediante la
puntura di particolare zanzara, detta anofele. In provincia di
Venezia danneggiò migliaia di organismi umani. Infieriva
specialmente nelle regioni paludose, ma anche in piccoli stagni o
fossati staticamente immobili. Numerosi furono gli infettati della
famiglia B. Grande, tra le quali mia madre, allora in
gravidanza della primogenita.
(7)
– Eugenio si riferiva all’abbattimento della Via Claudia Augusta,
con i resti della quale i suoi predecessori risana-rono parte delle Brustolade e delle risaie site alle Pallade. Eugenio pertanto,
riteneva utile chiudere le cave con le stesse modalità cui fecero
uso i suoi predecessori.
(8)
– Si rimanda al fascicolo relativo alla festa S. Michele n° 19 –
2005. Vi sono riportati alcuni episodi dell’agitazione.
“L’albero della
vita” dedicato a Sante
Sante non amava la guerra, non sapeva neppure perché
fosse stata dichiarata: era il giugno del 1916 quando un’esplosione
dilaniò il suo corpo; non aveva ancora compiuto 18 anni e nessuno
dei congiunti voleva rassegnarsi alla sua morte; alla scomparsa si
aggiunse anche l’assenza delle sue spoglie mortali, e ciò accrebbe
lo sconforto dei familiari.
La madre, turbata dalla presenza di un Carabiniere, reggendosi con
entrambe le mani ai bordi della lunga tavola, unico arredo che
ornava la nuda cucina, angosciata ascoltava in lacrime l’inesorabile
verdetto: “Bonesso Sante di Luigi, soldato del 228 Rg.to
fanteria del distretto militare di Venezia, nato a S. Michele del
Quarto il 7 novembre 1898; morì in combattimento il 28 giugno 1916
sul Monte Colombara. Disperso” (9).
Provati dal dolore, dopo le consuete formalità comunali e
cittadine, i famigliari lo ricordarono in vita non potendo posare
fiori sulla sua tomba; a duratura memoria pensarono perciò di far
crescere un albero, allora considerato una cosa sacra, come un
fratello o una sorella, ma il Gelso era molto di più.
La scelta allora cadde proprio su di un “Moro”, non si poteva certo
pretendere di più; nessun albero, infatti, per quanto attraente e
preferibile al generoso “Morer”, avrebbe meglio potuto rappresentare
un agricoltore. In seguito il suo fogliame avrebbe nutrito anche il
baco da seta e tanti giovinetti che allora andavano ghiotti per le
more bianche (10).
Sono passati gli anni e oggi l’arbusto si è fatto
adulto, con le chiome protese verso il tetto del vecchio casolare a
posarsi sulle imposte della stanza dove riposava Sante. L’eccezionalità dell’evento assume un valore etico e ciò affascina
il visitatore che incuriosito s’intrattiene attento nel giardino di Cà delle Anfore. Lo sarebbe molto di più, se sapesse che l’essere
vivente, rappresentato dall’albero, ricorda il primo caduto di S.
Michele del Quarto, morto per riscattare la Patria.
Qualche tempo dopo, mediante l’iniquo inganno degli
ingaggi prodotti dagli agenti sobillatori e a causa di una mentalità
retrograda del patriziato Veneto, la famiglia di B. Sante
(11), distrutta dalla miseria, sopraffatta
dall’incomprensione, alla ricerca di un sogno impossibile dovette
emigrare in Brasile senza nessuna prospettiva di ritorno. Il
visitatore che si reca oggi a Cà delle Anfore noterà, tra il verde
rigoglioso del parco, posto a sinistra dell’antico caseggiato, già
Cenacolo dei Poveri e Tempio di Prolificità, l’albero della Vita
dedicato a Sante.
(9)
- Archivio comunale di Quatto d’Altino, si veda nell’albo d’oro dei
caduti. – Inoltre, B. Giorgio di Eugenio nato a Marcon, morì
in prigionia il 26 maggio 1918 - B. Lino di Rocco Caporale
del 7° RGT. Alpini, nato a Volpago, morì il 25 /08/1916 sul monte
Cauriol - B. Antonio di Giuseppe nato a S. Michele del Quarto
fu ferito nei fatti d’arme del 16 maggio 1917, subì l’amputazione
della gamba destra. Tutti parenti di Sante
(10) –
Il moro quando si fece adulto, fu utilizzato quale ricovero notturno
per gli animali da cortile. Tuttora fruttifica rade more bianche.
(11)
- Il nucleo famigliare del milite scomparso, poi emigrato in
Brasile, era composto da 10 persone: Il Padre: B. Luigi Antonio
di Sante e di Gaiotto Maria – La madre: Gatto Giuseppa
Antonia di Luigi e di Beraldo Luigia. Seguono i figli: B.
Maria Amalia – B. Angelo Nicolò (I°gemello +
dopo 17 giorni) – B. Sante Antonio (II° gemello
sopravissuto) – B. Sante Giuseppe (Morto disperso in
guerra; è ricordato tra i caduti nel monumento cittadino) – B.
Carolina Clotilde – B. Eugenio: persona
trasparente e critica – B. Emilio Antonio –
B. Clementina Amalia.
B.
Luigi Antonio, fondatore dell’intera famiglia, consunto dal
duro lavoro moriva a S. Michele del Quarto il 28/02/1907; a soli 35
anni. – Non vide mai la tanto agognata “Merica”, tanto meno seppe
della morte violenta del figlio Sante Giuseppe.
Cà delle Anfore:
filo infinito della vita
Mano a mano che la storia si fa sempre più storia e
compattandosi diventa più storia della storia, è dimostrato quanto
la presenza viva di Cà delle Anfore, sia molto più rigogliosa di
eventi, più di quanto si possa immaginare.
Nell’entrarvi e guardarla da vicino, dà l’impressione di far parte
della mia storia, un passato che pure non è il mio, ma un ricordo
forte e presente e che vivrà quanto la mia vita. Visitandola, pare
quasi di essere accolto dalle mani invisibili di mio padre, di mia
madre che mi amava teneramente e di quanti come loro vissero
servilmente.
Le nenie, i canti e le litanie di rito antico, abitualmente ripetute
in famiglia, nelle preghiere individuali, particolarmente nei mesi
mariani e durante le processioni, sembrano ancora vibrare e
diffondersi tra i calcinacci delle vecchie mura.
Dritta come una lancia, lasciandosi alle spalle l’edificio paterno,
si spingeva verso meridione, sbattendo poi in faccia al “Lagozzo”,
l’antica carrareccia usata prevalentemente per l’attività agricola.
Ora, divelta la strada, non porta più all’oratorio della Casona,
neppure si spinge sino ad Altino, là dove un tempo, per mezzo della
“Claudia” (12), la pietà popolare offriva fiori di campo alla
Vergine e ai Santi Eliodoro e Antonio da Padova.
La testimonianza resa dalla famiglia, confermata poi da uno studio
d’archivio, fa pensare all’affresco antico allora presente nel
sottoportico di Cà Zane, sopra l’altarolo nel quale dominava il
bambinello Gesù in seno alla Madre sua.
Per chi come me ha potuto visitare anche la stanza
dove nacque mio padre, non può fare a meno notarne l’immutabilità: è
rimasta tale e quale anche quando prese per sposa mia madre. Vi si
accede attraverso l’odierna ristorazione: luogo nel quale ieri, si
nutrivano solo gli animali da stalla. A suo lato, s’innalzava eretta
guadagnando il fienile, l’usuale quanto necessaria scala a pioli, in
suo luogo ora vi è posto un ampio scalone.
Per suo mezzo si raggiunge l’attuale salone delle anfore; in passato
conteneva solo foraggio, nutri-mento di base per il bestiame bovino.
Due gradini ancora e si trova un lungo corridoio, seconda porta a
sinistra e un chiavistello di fattura antica.
Apro la porta, non sembra corrosa dai tarli, varco l’ingresso, fisso
lo sguardo sullo spazio angusto, non vi è luce elettrica, le pareti
pare traspirino ancora sofferenza, osservo il soffitto in canna
palustre, palpito… e di colpo mi prende un nodo alla gola.
Quanta tristezza! E quanta felicità nell’incontro. Gioia e amarezza
dunque, che unite fanno bene al cuore; e ciò mi conforta.
(12)
– Due titoli per un’unica strada: Lagozzo e Via Claudia Augusta,
percorso antico che partiva da Altino sino in Germania. Cà delle
Anfore è posta a circa 300 metri a nord dalla via romana. Note
esplicative sul toponimo Lagozzo si trovano nel fascicolo relativo
alla festa S. Michele 2006 - N° 20.
Dalla riverita
residenza detta Cà Delle Anfore
Giovedì 8 dicembre 2005. (Festa
dell’Immacolata Concezione)
Bonesso Alfio Giovanni
(Erede della Famiglia B. Grande)
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articolo, cui è stata riservata la proprietà secondo le leggi
vigenti; pur riveduto, corretto e sensibilmente amputato
dall’originale; non è tuttavia consentito diffonderlo a scopo
pubblicitario. Ne sarebbero troppo coinvolte, al fine meramente
propagandistico, località; anche tipiche, nomi, cognomi, eventi e
circostanze delle famiglie in esso riferite. Salvo ovviamente il
consenso dell’autore o del suo stesso nucleo famigliare. |