Ricerche storiche
 La comunità di Quarto d'Altino nella sua storia religiosa e stradale

                   La Storia e l’importanza di mons. don Carlo Scattolin, nella   Comunità di S. Michele del  Quarto
                                                     durante e dopo il secondo   conflitto mondiale
  
                                    
                                                                                        parte prima


  Sacerdote severo, duro con se stesso, esigente con gli altri, non accettava compromessi.  
  Attivo, energico e sofferente nello stesso tempo, scomodo per alcuni, gradito ad altri, amava
  parlare  a tutti, al  Podestà fascista per dovere, ai partigiani perché stessero buoni, ai
  comunisti  per  convincerli, ai socialisti perché superassero il guado.
  Paragonato erroneamente al don  Camillo del Guareschi, li univa solamente il medesimo comune
  codice di umanità.

 
 Il valore, meriti e demeriti di mons. Scattolin nella comunità Altinate

Sarebbe riduttivo e schematico identificare la personalità di mons. don Carlo Scattolin nella figura di un semplice prete di periferia, non fosse altro per il lungo mandato legato alla scarcerazione di nove persone condannate a morte, per l’aver collaborato in segreto con il Commissario Prefettizio d’allora, per la conoscenza di quanti e quali partigiani combatterono per la libertà del proprio paese: Ma ciò che più sorprende, è l’averlo tenuto segreto sino alla conclusione del conflitto mondiale. 

Mons Carlo Scattolin celebra il suo 50° anniversario di sacerdozio
anno 1980. Da sinistra: padre francescano, don Romano Gerichievich, Scattolin mons.Carlo, Frassinelli don Angelo, Fazzini don Gianni, Ronzini don Mario, Gambato don Marino.

Non gli renderemo nemmeno giustizia se non ripensassimo al periodo in cui avviò alcuni progetti importanti, quali il campanile, la scuola materna ecc, attività non disgiunte da continue interruzioni per scarsità di fondi, ma realizzate dimostrando coraggio, abilità e competenza.
E se ancora non ne rivelassimo sino in fondo un’esistenza priva di tranquillità, di gratificazioni e di riconoscenze, non faremo onore a noi stessi e finiremmo per alterarne l’immagine entro un quadro di vita che non gli appartiene, poiché significherebbe anche mutarne la presenza autenticamente religiosa, scrupolosamente cristiana. Da ricordare, quindi, non tanto come artigiano imprenditore, quanto come costruttore di fede.

Consapevole d’aver concretizzato tante cose buone, dimostrò d’essere alieno da ogni vanteria, lontano da qualunque atteggiamento che potesse farlo credere, esempio ne sia il fatto che poco prima di com-pletare il travagliato campanile, pensando di fare cosa gradita alla cittadinanza, chiese alla Curia di Venezia, tramite il giornale diocesano “La Voce di S. Marco” di divulgare la notizia.
La richiesta non fu accolta come inspiegabilmente non furono mai diffuse le varie attività del sacerdote, neanche quando pose sulla sommità del campanile la scultura dell’Arcangelo Michele; per non parlare poi delle campane e d’altre opere ritenute minori.
Non sono note notizie giornalistiche né documentazioni d’altro tipo, che assegnassero al sacerdote la paternità delle opere citate. D’altro canto la Curia, riconoscendone i meriti, gli concesse di muoversi come meglio riteneva, e di questo il sacerdote fu riconoscente, anche se amareggiato per i silenzi ufficiali della Curia.
Con il suo carattere franco, autorevole e in una certa misura indipendente, dotato inoltre di un fiuto profondo, pensò che il merito riconosciuto solo a parole fosse dovuto a una forma di deferenza o forse per obbligo.

  1976: passaggio consegne da
  mons. Scattolin a don Mario
  Ronzini nuovo parroco.

L’Organo Ausiliario della diocesi veneziana, relativo alla metà del novecento, dimostrò con tale atteggiamento, tutta la propria insen-sibilità, una freddezza rivolta non tanto al sacerdote cui importava solamente il significato della realizzazione, quanto piuttosto alla cittadinanza delusa, che con le proprie economie e privazioni, aveva di fatto eretto il campanile.
Trascorso ormai mezzo secolo, ci si chiede ancora perché il Patriarca di Venezia, mons. Roncalli, nel corso della visita pastorale del 1957, (1) intenzionato riparare il torto, manifestò solamente il desiderio di visitare il campanile; torre campanaria compresa.  
Raramente il destino permise una vita salubre e serena a don Scattolin, che cosciente per altro delle proprie infermità, mai si abbandonò in atteggiamenti miseramente compassionevoli. Dal tempe-ramento fermo, malgrado il gracile e debole aspetto, suscitava comunque invidia a quanti di salute e di carattere ne avevano da vendere.

Caratteristiche negative? Certo, per esempio il non aver saputo cogliere, o tralasciato volutamente, l’evento irrepetibile della registrazione periodica dell’ attività legata al fenomeno del campanile e di altre opere ritenute minori; il periodo fascista e la “Resistenza”, il cambiamento generazionale di un’epoca. Però non era neppure un sociologo.
Per contro non amava le novità né le mode: don Scattolin è un prodotto concepito nei seminari dell’epoca, formato in un’attività di elevata fermezza (a volte ostinatezza) introdotta dagli organi superiori di Roma e oggi è largamente superata. Un prete istruito nella giusta misura, posto al comando della religiosità e della fede dei propri parrocchiani, né migliore né peggiore dei suoi tanti colleghi, ma dal lato amministrativo e volitivo, credo non regga paragoni con nessuno dei sacerdoti del suo tempo della Diocesi Veneziana.

Superato per verbosità dal parroco delle Portegrandi don Giuseppe Pasquini, che ricevette dalla Curia encomi e lodi, don Carlo, umile, meno prolisso, senza inutili giri di parole, ma teso al dialogo particolarmente con quanti erano lontani dalla chiesa, al lavoro con serietà e in silenzio, non destò alcun interesse nella Curia.

  Fam. Zorzi Loredano. Battesimo del figlio

Persona di primo piano, testimone durante i venti mesi della Resistenza altinate, non tenne alcun conto di descriverla, né di trasmetterci il nome di chi lo aiutò nell’iniziativa che portò alla scarcerazione di alcuni individui. Se ne parlò negli anni immediati il conflitto, senza mai che ciò potesse far credere ad un effettivo atto di merito. In altri termini fu un’impresa da dimenticare, in quanto sarebbe stato negativo in quel momento politico. Alcuni prelati delle parrocchie circostanti, colpiti o meno dall’attività repubblichina, scrissero ugualmente le loro esperienze e quanto accadeva nei rispettivi territori, ciò che don Scattolin non fece mai.

Durante gli anni della contestazione giovanile, un gruppo di manifestanti, muniti di cartelli dalle scritte varie, nella vana richiesta di procacciarsi sottoscrizioni, mirava ad allontanare
il sacerdote dalla parrocchia, che scoraggiato pensò seriamente alle dimissioni. In una lettera indirizzata al Patriarca di Venezia, scriveva: “Vedo che la mia presenza adesso viene a distruggere quel poco che ho cercato di costruire sino ad ora…”.
Di opinione diversa, il Patriarca Card. Albino Luciani gli propose di rimanere e tutto si acquietò, quando poco dopo, nel 1972, giunse a sostenerlo il nuovo vicario don Mario Ronzini. Fu una quiete davvero momentanea, se per dimenticare tutta la vicenda don Scattolin, si sottrasse anche al compito di registrarla: nomi compresi degli avversari conosciuti. Quasi a ricordare il triste episodio, i cartelli con i quali si ridicolizzò il prestigio del sacerdote, rimasero per anni accantonati nel magazzino della canonica.

 Classe 1964. Prima Comunione anno 1972.

In data 7 marzo 1976, non sentendosi più in grado di esercitare il ministero; chiese al Patriarca di lasciare Quarto d’Altino e nel luglio 1976 si ritirò a Venezia, portando con sé la scrivania e una sedia a braccioli con le quali aveva diviso nella buona e cattiva sorte, trentanove anni di vita in comune.
Accusato di averle sottratte per altre finalità, dopo la sua morte don Mario Ronzini, per anni cappellano di don Scattolin, le chiese e ottenne per usarle (tuttora) nel suo studio di Venezia.

Gli anni di metà novecento furono costellati da controversie d’origine politica: anni di fuoco quelli; anni difficili che gli lacerarono la vita interiore. Amareggiato, fu colpito poco dopo da una profonda irritabilità e con essa si diffuse anche la malattia (ulcera) con la quale nel 1937 giunse a S. Michele del Quarto.
Gli gravarono inoltre le scelte importanti, discussioni, incomprensioni, attese logoranti, anche di scarse elemosine, con le quali doveva procurarsi i mattoni per erigere il campanile. Egli stesso perciò faceva economia, spesso riducendo anche le spese strettamente personali.
E quanti in quel periodo ebbero occasione notare come vestiva: toppe e rammendi compresi nella tonaca consunta; non può affermare il contrario di quanto in verità, più dignitosamente doveva vestire un Monsignore, benché di campagna.

  Classe 1959. Cresima 8 giugno 1967

Correva voce tuttavia che fosse troppo attaccato al danaro, e sicuramente lo era, ma non per illecito o avarizia; crediamo per paura dei debiti, e ne aveva tanti, date le opere che riuscì realizzare.
La defunta “Siora Vittoria”, prima perpetua e cugina di don Carlo, cono-sciuta negli anni compresi tra il 1940 e 50 del novecento, affermava di consumare più rocchetti di filo per rammendare il guardaroba, che non
il sarto del paese nelle imbastiture di un intero anno di lavoro. 

In conclusione si ha l’impressione che ben poche persone conoscano a fondo l’esistenza travagliata del sacerdote: una vita dura, piena di sofferenze fisiche, patite e trascinate sino alla morte. Tormentato dall’ulcera; dovette sottoporsi ad alcuni interventi chirurgici, dai quali lo stomaco ne uscì ridotto nella misura di un giovane adolescente e le cure successive non furono sufficienti a risanarlo completamente. Non va dimenticata l’ansia e il disagio quotidiano provocato dal lento recupero della salute. A seguito del conflitto politico inoltre, seguì una profonda depressione, alla quale non vedendone guarigione, raggiunse quell’aspetto sciupato, curvo, sbiancato, consumato, noto a tutti.

  Festeggiamenti monsignorato di don Carlo presenti
  il geometra Citta e mons Vecchi.

Conoscendo i rischi provocati dall’infermità e nello stesso tempo contrario alla commisera-zione, ritenne opportuno comunicare il suo stato di salute solo ad una stretta cerchia di con-fidenti.
Nell’autunno 1975, colpito da un’insistente pan-creatite, malattia per la quale a fine luglio 1976, dopo 39 anni di servizio pastorale, amareggiato, dovette dare le dimissioni. In una lettera indirizzata agli ex parrocchiani, pubblicata sul “Dialogo” del 29 aprile 1979, esprime non a caso, una piena e serena tri-stezza: “Pensare alla famiglia nella quale uno è vissuto per molti anni e si è trovato bene perché ci si capiva e si amava, è questo un ricordo che porta sollievo, anzi gioia (…) Non posso dimenticare quelle persone care che, per tanti anni, furono oggetto delle mie più assillanti preoccupazioni (…) Voi lo sapete già, quando sarà la mia ora riposerò sempre in mezzo a voi (…) Formate una comunità in cui vi considerate tutti come fratelli (…) Il sen-tire che in parrocchia siete un cuore ed un’anima sola e vivete gli uni per gli altri, mi riempie di gioia”.

Assistito amorevolmente da una signora che ne aveva cura, moriva a Venezia il 21 gennaio 1988. Addolorati dalla scomparsa, non vorremmo sottrarci dal rivelare lo scompiglio sollevato dai ragazzi della dottrina cristiana quando, avvertendo il nervosismo del sacerdote, disattenti per altro durante l’insegna-mento, vedevamo in quell’atteg-giamento un’amicizia tutt’altro da ricambiare.
Un malumore che ci allontanava dall’apprendimento ogni qualvolta la lungaggine delle lezioni trasformava la nostra loquacità in un silenzio incomprensibile. Contrariati, per protesta agitavamo le palline di terracotta custodite nelle tasche dei pantaloni corti. Allo strepito seguiva l’umore nero del sacerdote, il quale si poneva in un atteggiamento chiuso, quasi di rifiuto. Lo scuotere improvviso, unito ai nostri schiamazzi e al continuo brontolio di don Carlo, congiunto al suono delle campane, collocate all’epoca sopra il tetto della chiesa, aggiunta la risonanza delle mura che di rimando ne restituiva il frastuono duplicato, gli procurava un’irritazione tale, da mandarlo su tutte le furie.

  Matrimonio Morandin-Favaretto 25 novembre 1950

Passeggiando nervosamente a destra e a manca dello schieramento ribelle, praticando uno schiocco prodotto dallo sfregamento del pollice al medio della mano destra; tentava con quell’espediente d’indurci all’attenzione. Indolenzite dall’attrito frattanto le dita, ripren-deva strofinare con quelle di sinistra e non c’era verso di farlo smettere, sino a quando non avvertiva il completo silenzio.
Divenuti adulti i giovinetti, sposi, padri e nonni, sottoposti a loro volta alle asprezze della vita, a quei sintomi di nervosismo che non capivamo, comprendemmo da ultimo le avversità e gli affanni incontrati dal nostro parroco.

  Matrimonio Davanzo Pavanetto 8 aprile 1961

Incuranti dell’ammonimento, seguivano le consuete tirate d’orecchi, e non mancavano i richiami dal pulpito durante le S. Messe. Già! Avevamo anche un pulpito di legno, intarsiato a mano, scorrevole su dei binari, estraibile all’occorrenza, situato all’interno della cappellina tuttora posta a lato dell’altare della Madonna. Proveniente dalla chiesa di S. Michele Vecchio, cedette il posto al microfono rumoroso; causa per la quale ne perdemmo il pregio, il valore scultoreo, l’armonia della chiesa e il decoro del paese. Stessa faccenda riguarda l’antico “Coro”, situato nella parte terminale ai lati della piccola navata di S. Michele Vecchio. Di noce pregiato, vi erano praticati fregi e ornamenti finissimi. Inagibile nella nuova chiesa, fu depositato in un magazzino. Tarlato dalla lunga inoperosità, all’epoca di don Giuseppe Bettiolo fu bruciato nella stufa della canonica.

(1) - La visita Pastorale si svolse il 5 Maggio 1957 nel corso della quale il futuro Papa Giovanni XXIII salì sulla torre avendo saputo che dall’alto si poteva scorgere il Campanile di S. Marco. La visita si svolse in un clima sereno e amichevole, ma don Scattolin non capì mai se l’ascesa al campanile fosse per vedere S. Marco o non fosse un espediente per farsi perdonare, tanto si mostrò ricco d’elogi il Presule. Nella salita fu accompagnato dal sindaco Ceschel Carlo, da alcuni assessori, dal parroco don Scattolin e dal vicario don Giovanni Budinich profugo Dalmata. Una successiva ricerca sull’ex giornale diocesano, ha confermato l’esclusione della notizia. 
Il Card. Roncalli, nella precedente visita del 1° ottobre 1955, fu accolto alla porta della chiesa dai bambini dell’Asilo; dopo il saluto di una bambina amministrò la cresima ad un centinaio di fanciulli; quindi ricevette in canonica l’ossequio del Sindaco Piaser Dino e della giunta comunale.
Non risulta dagli atti né da memorie (Sartor “Altino Contemporanea” pag 300) che l’alto Prelato si sia interessato “materialmente” all’impresa della costruzione del campanile. L’unico contributo di Lire 1.500.000 giunse nel 1956 su richiesta di don Scattolin dallo Stato Italiano. 
                                                                                


Gli eventi che portarono S. Michele del Quarto ai fatti d’arme 1944/45, le fasi che ne precedettero gli sviluppi e l’atteggiamento assunto da mons. Scattolin al sorgere della prima unità partigiana
 

Matrimonio Bassetto Brentel 23 agosto 1958

All’indomani della capitolazione italiana, S. Michele del Quarto manifestava sempre più un sentimento antifascista e spingendosi sempre più verso ideali di libertà; accessibile solamente per mezzo di un’attività ribellistica, in un alternarsi di vicende, anche cruente e in rapporto al numero della propria popolazione, subì le medesime lacerazioni e divisioni riscontrate in ogni parte d’Italia.

Nacque in quei giorni dunque, la volontà comune di riformare lo Stato italiano: una nuova cultura politica che doveva conquistare, ma anche dividere nello stesso tempo, la popolazione altinate.
Di remota cultura cattolica S. Michele del Quarto, l’evidente divisione causata inizialmente dalla guerra ed in seguito dalla lotta di Liberazione, produsse la sensazione che anche nel mondo laico cattolico vi fossero degli attriti e dei frazionamenti.
Polemiche, dissapori e lotte politiche si porteranno avanti senza esclusioni di colpi sino agli anni 70 del novecento. Successivamente, in un clima politico più sereno, propiziato anche dalla scomparsa dei protagonisti, si raggiunse lentamente l’attuale pacificazione. Ma vediamo in sintesi in quale evoluzione ed in quali tragedie furono particolarmente coinvolti gli abitanti di S. Michele del Quarto.

                                                                                                                                          Bonesso Alfio Giovanni

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