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Il valore, meriti e
demeriti di mons. Scattolin nella comunità Altinate
Sarebbe
riduttivo e schematico identificare la personalità di mons. don
Carlo Scattolin nella figura di un semplice prete di periferia, non
fosse altro per il lungo mandato legato alla scarcerazione di nove
persone condannate a morte, per l’aver collaborato in segreto con il
Commissario Prefettizio d’allora, per la conoscenza di quanti e
quali partigiani combatterono per la libertà del proprio paese: Ma
ciò che più sorprende, è l’averlo tenuto segreto sino alla
conclusione del conflitto mondiale.
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Mons Carlo Scattolin
celebra il suo 50° anniversario di sacerdozio
anno 1980. Da sinistra: padre francescano, don Romano
Gerichievich, Scattolin mons.Carlo, Frassinelli don
Angelo, Fazzini don Gianni, Ronzini don Mario, Gambato
don Marino. |
Non gli renderemo nemmeno giustizia se non ripensassimo al periodo
in cui avviò alcuni progetti importanti, quali il campanile, la
scuola materna ecc, attività non disgiunte da continue interruzioni
per scarsità di fondi, ma realizzate dimostrando coraggio, abilità e
competenza.
E se ancora non ne rivelassimo sino in fondo un’esistenza priva di
tranquillità, di gratificazioni e di riconoscenze, non faremo onore
a noi stessi e finiremmo per alterarne l’immagine entro un quadro di
vita che non gli appartiene, poiché significherebbe anche mutarne la
presenza autenticamente religiosa, scrupolosamente cristiana. Da
ricordare, quindi, non tanto come artigiano imprenditore, quanto
come costruttore di fede.
Consapevole
d’aver concretizzato tante cose buone, dimostrò d’essere alieno da
ogni vanteria, lontano da qualunque atteggiamento che potesse farlo
credere, esempio ne sia il fatto che poco prima di com-pletare il
travagliato campanile, pensando di fare cosa gradita alla
cittadinanza, chiese alla Curia di Venezia, tramite il giornale
diocesano “La Voce di S. Marco” di divulgare la notizia.
La richiesta non fu accolta come inspiegabilmente non furono mai
diffuse le varie attività del sacerdote, neanche quando pose sulla
sommità del campanile la scultura dell’Arcangelo Michele; per non
parlare poi delle campane e d’altre opere ritenute minori.
Non sono note notizie giornalistiche né documentazioni d’altro tipo,
che assegnassero al sacerdote la paternità delle opere citate.
D’altro canto la Curia, riconoscendone i meriti, gli concesse di
muoversi come meglio riteneva, e di questo il sacerdote fu
riconoscente, anche se amareggiato per i silenzi ufficiali della
Curia.
Con il suo carattere franco, autorevole e in una certa misura
indipendente, dotato inoltre di un fiuto profondo, pensò che il
merito riconosciuto solo a parole fosse dovuto a una forma di
deferenza o forse per obbligo.
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1976:
passaggio consegne da
mons. Scattolin a don Mario
Ronzini nuovo parroco. |
L’Organo Ausiliario della diocesi veneziana, relativo alla metà del
novecento, dimostrò con tale atteggiamento, tutta la propria
insen-sibilità, una freddezza rivolta non tanto al sacerdote cui
importava solamente il significato della realizzazione, quanto
piuttosto alla cittadinanza delusa, che con le proprie economie e
privazioni, aveva di fatto eretto il campanile.
Trascorso ormai mezzo secolo, ci si chiede ancora perché il
Patriarca di Venezia, mons. Roncalli, nel corso della visita
pastorale del 1957, (1) intenzionato riparare il torto,
manifestò solamente il desiderio di visitare il campanile; torre
campanaria compresa.
Raramente il
destino permise una vita salubre e serena a don Scattolin, che
cosciente per altro delle proprie infermità, mai si abbandonò in
atteggiamenti miseramente compassionevoli. Dal tempe-ramento fermo,
malgrado il gracile e debole aspetto, suscitava comunque invidia a
quanti di salute e di carattere ne avevano da vendere.
Caratteristiche negative? Certo, per esempio il non aver saputo
cogliere, o tralasciato volutamente, l’evento irrepetibile della
registrazione periodica dell’ attività legata al fenomeno del
campanile e di altre opere ritenute minori; il periodo fascista e la
“Resistenza”, il cambiamento generazionale di un’epoca. Però non era
neppure un sociologo.
Per contro non amava le novità né le mode: don Scattolin è un
prodotto concepito nei seminari dell’epoca, formato in un’attività
di elevata fermezza (a volte ostinatezza) introdotta dagli organi
superiori di Roma e oggi è largamente superata.
Un prete istruito nella giusta misura, posto al comando della
religiosità e della fede dei propri parrocchiani, né migliore né
peggiore dei suoi tanti colleghi, ma dal lato amministrativo e
volitivo, credo non regga paragoni con nessuno dei sacerdoti del suo
tempo della Diocesi Veneziana.
Superato per
verbosità dal parroco delle Portegrandi don Giuseppe Pasquini, che
ricevette dalla Curia encomi e lodi, don Carlo, umile, meno
prolisso, senza inutili giri di parole, ma teso al dialogo
particolarmente con quanti erano lontani dalla chiesa, al lavoro con
serietà e in silenzio, non destò alcun interesse nella Curia.
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| Fam. Zorzi
Loredano. Battesimo del figlio |
Persona di primo piano, testimone durante i venti mesi della
Resistenza altinate, non tenne alcun conto di descriverla, né di
trasmetterci il nome di chi lo aiutò nell’iniziativa che portò alla
scarcerazione di alcuni individui. Se ne parlò negli anni immediati
il conflitto, senza mai che ciò potesse far credere ad un effettivo
atto di merito. In altri termini fu un’impresa da dimenticare, in
quanto sarebbe stato negativo in quel momento politico.
Alcuni prelati delle parrocchie circostanti, colpiti o meno
dall’attività repubblichina, scrissero ugualmente le loro esperienze
e quanto accadeva nei rispettivi territori, ciò che don Scattolin
non fece mai.
Durante gli anni della contestazione giovanile, un gruppo di
manifestanti, muniti di cartelli dalle scritte varie, nella vana
richiesta di procacciarsi sottoscrizioni, mirava ad allontanare
il
sacerdote dalla parrocchia, che scoraggiato pensò seriamente alle
dimissioni. In una lettera indirizzata al Patriarca di Venezia,
scriveva: “Vedo che la mia presenza adesso viene a distruggere
quel poco che ho cercato di costruire sino ad ora…”.
Di opinione diversa, il Patriarca Card. Albino Luciani gli propose
di rimanere e tutto si acquietò, quando poco dopo, nel 1972, giunse
a sostenerlo il nuovo vicario don Mario Ronzini. Fu una quiete
davvero momentanea, se per dimenticare tutta la vicenda don Scattolin, si sottrasse anche al compito di registrarla: nomi
compresi degli avversari conosciuti. Quasi a ricordare il triste
episodio, i cartelli con i quali si ridicolizzò il prestigio del
sacerdote, rimasero per anni accantonati nel magazzino della
canonica.
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| Classe 1964.
Prima Comunione anno 1972. |
In data 7 marzo 1976, non sentendosi più in grado di esercitare il
ministero; chiese al Patriarca di lasciare Quarto d’Altino e nel
luglio 1976 si ritirò a Venezia, portando con sé la scrivania e una
sedia a braccioli con le quali aveva diviso nella buona e cattiva
sorte, trentanove anni di vita in comune.
Accusato di averle sottratte per altre finalità, dopo la sua morte
don Mario Ronzini, per anni cappellano di don Scattolin, le chiese e
ottenne per usarle (tuttora) nel suo studio di Venezia.
Gli anni di
metà novecento furono costellati da controversie d’origine politica:
anni di fuoco quelli; anni difficili che gli lacerarono la vita
interiore. Amareggiato, fu colpito poco dopo da una profonda
irritabilità e con essa si diffuse anche la malattia (ulcera) con la
quale nel 1937 giunse a S. Michele del Quarto.
Gli gravarono inoltre le scelte importanti, discussioni,
incomprensioni, attese logoranti, anche di scarse elemosine, con le
quali doveva procurarsi i mattoni per erigere il campanile. Egli
stesso perciò faceva economia, spesso riducendo anche le spese
strettamente personali.
E quanti in quel periodo ebbero occasione notare come vestiva: toppe
e rammendi compresi nella tonaca consunta; non può affermare il
contrario di quanto in verità, più dignitosamente doveva vestire un
Monsignore, benché di campagna.
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| Classe 1959.
Cresima 8 giugno 1967 |
Correva voce tuttavia che fosse troppo
attaccato al danaro, e
sicuramente lo era, ma non per illecito o avarizia; crediamo per
paura dei debiti, e ne aveva tanti, date le opere che riuscì
realizzare.
La defunta “Siora Vittoria”, prima perpetua e cugina di don Carlo,
cono-sciuta negli anni compresi tra il 1940 e 50 del novecento,
affermava di consumare più rocchetti di filo per rammendare il
guardaroba, che non
il sarto del paese nelle imbastiture di un
intero anno di lavoro.
In conclusione
si ha l’impressione che ben poche persone conoscano a fondo
l’esistenza travagliata del sacerdote: una vita dura, piena di
sofferenze fisiche, patite e trascinate sino alla morte. Tormentato
dall’ulcera; dovette sottoporsi ad alcuni interventi chirurgici, dai
quali lo stomaco ne uscì ridotto nella misura di un giovane
adolescente e le cure successive non furono sufficienti a risanarlo
completamente. Non va dimenticata l’ansia e il disagio quotidiano
provocato dal lento recupero della salute. A seguito del conflitto
politico inoltre, seguì una profonda depressione, alla quale non
vedendone guarigione, raggiunse quell’aspetto sciupato, curvo,
sbiancato, consumato, noto a tutti.
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Festeggiamenti
monsignorato di don Carlo presenti
il geometra Citta e mons Vecchi. |
Conoscendo i
rischi provocati dall’infermità e nello stesso tempo contrario alla
commisera-zione, ritenne opportuno comunicare il suo stato di salute
solo ad una stretta cerchia di con-fidenti.
Nell’autunno 1975,
colpito da un’insistente pan-creatite, malattia per la quale a fine
luglio 1976, dopo 39 anni di servizio pastorale, amareggiato,
dovette dare le dimissioni. In una lettera indirizzata agli ex
parrocchiani, pubblicata sul “Dialogo” del 29 aprile 1979, esprime
non a caso, una piena e serena tri-stezza: “Pensare alla famiglia
nella quale uno è vissuto per molti anni e si è trovato bene perché
ci si capiva e si amava, è questo un ricordo che porta sollievo,
anzi gioia (…) Non posso dimenticare quelle persone care che, per
tanti anni, furono oggetto delle mie più assillanti preoccupazioni
(…) Voi lo sapete già, quando sarà la mia ora riposerò
sempre in mezzo a voi (…) Formate una comunità in cui vi considerate
tutti come fratelli (…) Il sen-tire che in parrocchia siete un cuore
ed un’anima sola e vivete gli uni per gli altri, mi riempie di
gioia”.
Assistito
amorevolmente da una signora che ne aveva cura, moriva a
Venezia il 21 gennaio 1988. Addolorati dalla scomparsa, non
vorremmo sottrarci dal rivelare lo scompiglio sollevato dai ragazzi
della dottrina cristiana quando, avvertendo il nervosismo del
sacerdote, disattenti per altro durante l’insegna-mento, vedevamo in quell’atteg-giamento un’amicizia tutt’altro da ricambiare.
Un malumore che ci allontanava dall’apprendimento ogni qualvolta la
lungaggine delle lezioni trasformava la nostra loquacità in un
silenzio incomprensibile. Contrariati, per protesta agitavamo le
palline di terracotta custodite nelle tasche dei pantaloni corti.
Allo strepito seguiva l’umore nero del sacerdote, il quale si poneva
in un atteggiamento chiuso, quasi di rifiuto. Lo scuotere
improvviso, unito ai nostri schiamazzi e al continuo brontolio di
don Carlo, congiunto al suono delle campane, collocate all’epoca
sopra il tetto della chiesa, aggiunta la risonanza delle mura che di
rimando ne restituiva il frastuono duplicato, gli procurava
un’irritazione tale, da mandarlo su tutte le furie.
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| Matrimonio
Morandin-Favaretto 25 novembre 1950 |
Passeggiando nervosamente a destra e a manca dello schieramento
ribelle, praticando uno schiocco prodotto dallo sfregamento del
pollice al medio della mano destra; tentava con quell’espediente
d’indurci all’attenzione. Indolenzite dall’attrito frattanto le
dita, ripren-deva strofinare con quelle di sinistra e non c’era verso
di farlo smettere, sino a quando non avvertiva il completo silenzio.
Divenuti adulti i giovinetti, sposi, padri e nonni, sottoposti a
loro volta alle asprezze della vita, a quei sintomi di nervosismo
che non capivamo, comprendemmo
da ultimo le avversità e gli affanni
incontrati dal nostro parroco.
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| Matrimonio
Davanzo Pavanetto 8 aprile 1961 |
Incuranti dell’ammonimento, seguivano le consuete tirate d’orecchi,
e non mancavano i richiami dal pulpito durante le S.
Messe. Già! Avevamo anche un pulpito di legno, intarsiato a mano,
scorrevole su dei binari, estraibile all’occorrenza, situato
all’interno della cappellina tuttora posta a lato dell’altare della
Madonna. Proveniente dalla chiesa di S. Michele Vecchio, cedette il
posto al microfono rumoroso; causa per la quale ne perdemmo il
pregio, il valore scultoreo, l’armonia della chiesa e il decoro del
paese. Stessa faccenda riguarda l’antico “Coro”, situato nella parte
terminale ai lati della piccola navata di S. Michele Vecchio. Di
noce pregiato, vi erano praticati fregi e ornamenti finissimi.
Inagibile nella nuova chiesa, fu depositato in un magazzino. Tarlato
dalla lunga inoperosità, all’epoca di don Giuseppe Bettiolo fu
bruciato nella stufa della canonica.
(1) -
La visita
Pastorale si svolse il 5 Maggio 1957 nel corso della quale il futuro
Papa Giovanni XXIII salì sulla torre avendo saputo che dall’alto si
poteva scorgere il Campanile di S. Marco. La visita si svolse in un
clima sereno e amichevole, ma don Scattolin non capì mai se l’ascesa
al campanile fosse per vedere S. Marco o non fosse un espediente per
farsi perdonare, tanto si mostrò ricco d’elogi il Presule. Nella
salita fu accompagnato dal sindaco Ceschel Carlo, da alcuni
assessori, dal parroco don Scattolin e dal vicario don Giovanni
Budinich profugo Dalmata. Una successiva ricerca sull’ex giornale
diocesano, ha confermato l’esclusione della notizia.
Il Card. Roncalli, nella precedente visita del 1° ottobre 1955, fu
accolto alla porta della chiesa dai bambini dell’Asilo; dopo il
saluto di una bambina amministrò la cresima ad un centinaio di
fanciulli; quindi ricevette in canonica l’ossequio del Sindaco
Piaser Dino e della giunta comunale.
Non risulta dagli atti né da memorie (Sartor “Altino Contemporanea”
pag 300) che l’alto Prelato si sia interessato “materialmente”
all’impresa della costruzione del campanile. L’unico contributo di
Lire 1.500.000 giunse nel 1956 su richiesta di don Scattolin dallo
Stato Italiano.
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