Ricerche storiche
 La comunità di Quarto d'Altino nella sua storia religiosa e stradale

                   La Storia e l’importanza di mons. don Carlo Scattolin, nella   Comunità di S. Michele del  Quarto
                                                     durante e dopo il secondo   conflitto mondiale
  
                                    
                                                                                        parte seconda

 
L’insediamento brigatista nella scuola pubblica di S. Michele del Quarto e il tentativo dinamitardo nell’equivoco
delle tre caserme

Dopo la capitolazione italiana anche a S. Michele del Quarto si diffuse un forte sentimento antifascista. Le  divisioni causate dalla guerra, dalla lotta di Liberazione e poi dalla costituzione del nuovo partito fascista, sottoposero ad attriti, contraddizioni e frazio-namenti anche il mondo laico cattolico. Polemiche, dissapori e lotte politiche si protrarranno senza esclusioni di colpi sino agli anni 70. Più tardi, in un clima politico più sereno, anche per la scomparsa dei protagonisti, ci avviammo lentamente alla pacificazione, pur con qualche eccezzione come lo sfregio al monumento dei partigiani di Quarto d’Altino del 25 aprile '02 e del novembre '03 (5).
A S. Michele del Quarto l’attività scolastica riprese nel novembre 1943 in tre siti: nella scuola recentemente abbattuta, nell’attuale Cassa di Risparmio, nella casa canonica dell’allora parroco don Scattolin. (6) Il ministero della cultura fascista, frattanto, nell’intento di sostenere i giovani, diffondeva il decalogo della piccola italiana: “Prega e adoperati per la pace ma prepara il tuo cuore alla guerra”, la cui lettura turbò profondamente don Carlo.

 

Foto ricordo alunni di Quarto d'Altino nati nel 1943

(5) - La notte tra l’uno e il due maggio 2002, ignoti insudiciarono il monumento ai caduti, imbrattando le foto dei 18 partigiani con croce uncinata e fascio littorio. L’anno successivo, frantumarono lapide, foto e nomi. Di particolare virulenza la seconda azione, rese impossibile il recupero di alcune foto. Riunitosi il Consiglio Comunale il 19 dicembre 2003, approvò un ordine del giorno nel quale condannava “L’indegno gesto”
(6) – L’insegnamento aveva luogo nell’ex alloggio del Cappellano: piano superiore rispetto all’odierna stanza dedicata a don Scattolin. Oggi il medesimo alloggio è trasformato in luogo per incontri e seminari di vario genere.

L’ipotesi di azioni offensive contro i fascisti del luogo fecero giungere una sessantina di giovani della Brigata Nera di Venezia, su richiesta del Commissario Prefettizio Alessandro Alebardi, con il consenso del Podestà Caberlotto, che trovarono alloggio presso la scuola con le aule trasformate in camerate. Ma l’ambiente era quieto e composto, nessun movimento o azione antifascista, casomai fu l’arrivo della brigata a destare risentimento nella popolazione.
Gli alunni furono dirottati nelle sedi più disparate (7), sovraffollate, con pochi insegnanti, con l’impossibilità dell’assessore alla cultura e del Preside di porre rimedio, e questo non fece che accrescere malcon-tenti, che diedero alla scuola il nome di “caserma”.
Anche la “Casa del Fascio” fu detta “caserma”, ma questa va identificata nell’ex trattoria alla “Scarpa”, di proprietà del nobile Luigi Lucheschi, che la affittò nel marzo 1923 al Partito Nazional Fascista di S. Michele del Quarto. (8)
Una terza “caserma”, denominata “Asara B” (miliziano ucciso a Venezia da partigiani isolani) fu installata in una serie di capannoni agricoli di Via Claudia Augusta, rigorosamente sorvegliata dalla marina fascista: vi si custodiva una ingente quantità di armi.
Una di queste fu l’obiettivo di un’incursione dei partigiani di S. Michele, come riportato  nei fascicoli del Ministero dell’Italia Occupata in cui si legge “Brillamento mina caserma Brigate Nere S. Michele del Quarto”. (Seguono date, nomi comandanti ecc)

 

Scolaresca dei nati nel 1944. Nel riquadro Mons.Lucio Norbedo. La maestra è Lena Perazza.

(7) – L’ingresso italiano in guerra provocò in tutte le scuole nazionali in costruzione il blocco dei finanziamenti statali. Non ancora ultimata all’interno la scuola di S. Michele, impediva l’insegnamento ad una parte di allievi, i quali già praticavano nei siti citati.  Il trasferimento peggiorò la situazione, in quanto trattenuti in un’unica stanza, sostavano più di 40 alunni alla testa di un solo insegnante. Stesso problema nell’aula del patronato.
(8) - Luigi Lucheschi (1866 – 1959) proprietario della trattoria “Alla Scarpa”, (Già Palazzo Foscoletto) con l’avvento fascista la convertì in Casa del Fascio. All’interno dello stabile, in stretto contatto con l’azienda comunale, anch’essa fascista, vi risiedeva il comando della milizia cittadina, le carceri, il servizio refezione, alloggi per gerarchi e alti funzionari, ivi compresi gli ufficiali della XVII brigata nera di Venezia. Successivamente ospitò anche quelli della XX di Padova.  Contrariamente ai loro ufficiali, la truppa soggiornava nelle aule scolastiche. Nel dopoguerra la trattoria ritornò all’attività tradizionale.

La mancanza di protezione della scuola a sud (lato opposto all’ingresso e alla Casa del Fascio), le aperture sotterranee sullo stesso lato, erano condizioni favorevoli per entrare e depositare  il materiale esplosivo e far saltare l’edificio: un piano favorito dall’incompetenza del Comandate brigatista.(9)  All’impresa parteciparono i partigiani di S. Michele del Quarto, alcuni elementi della Brigata Ferretto appartenenti al nucleo “Venezian – Volpe – Grassi”.
L’esplosivo depositato il 18.11.44 e 18.12.44 non fu mai fatto brillare per timore di rappresaglie sulla cittadinanza, anche se si preferì la versione del mal funzionamento del congegno, che però funzionava perfettamente dato che dopo la Liberazione fu ritrovato disattivato.

(9) – Durante la demolizione della scuola pubblica, (2003) in un sopraluogo effettuato dallo scrivente; emerse tra le rovine un numero rilevante di mattoni, sul frontale dei quali vi era impresso la sigla della fornace di proprietà Caberlotto: Potestà di S. Michele. Sotto la gettata del pavimento emerse anche una cavità, all’interno della quale probabilmente si custodivano monete correnti e documenti probanti la posa e benedizione prima pietra.  Stessa coincidenza nell’autunno 2007, allorché demolito l’edificio collocato all’estremità della Via C. Augusta, emersero dei mattoni mostranti la medesima sigla. Il Podestà di S. Michele, notoriamente uomo di regime, nonché agiato produttore di laterizi, conosceva molto bene, infatti, come e dove smerciare facilmente il proprio prodotto. Inoltre, in un’immagine relativa alla primigenia sede scolastica, vi appare sulla facciata d’ingresso una scritta dove si possono riconoscere queste parole: …la speranza della patria… il rimanente non è di facile lettura. Si conservano per la storia di Quarto d’Altino, i mattoni siglati di entrambi gli edifici, le foto della cavità all’interno della quale si tenevano i documenti, l’immagine della sede scolastica dell’epoca: dicitura frontale compresa.

La realizzazione del primo nucleo partigiano e la posizione dei reduci

Un gruppo di moderati del mondo laico cattolico, intuendo l’imminente disgregazione dell’apparato militare fascista, diede origine in data 10 settembre 1943, alla prima unità partigiana di S. Michele del Quarto. La maggior parte dei militari rientrati, pur avversi al fascismo, propenderà per una soluzione pacifica; il resto, siano essi reduci o renitenti alla leva o volontari, senza badare alle opposte culture politiche, sceglierà la collaborazione o l’aggregazione partigiana.
L’attività partigiana tenne una condotta troppo prudente, tanto che la fazione guidata dal partigiano “Franco” diede vita ad una formazione propria (10) mentre il comandante del gruppo originario, Dino Piaser, si unì alle formazioni del vicino comune di Roncade, formando il Battaglione autonomo “Vito Rapisardi”. Lo stesso Piaser, arrestato dai fascisti, malmenato, evitò il plotone d’esecuzione gettandosi tra le acque del Sile. Ne ebbe anche l’abitazione incendiata e si rifugiò in Lombardia, per combattere nel settore operativo di Milano, e tornò in paese dopo la Liberazione.
I partigiani Altinati frattanto si organizzavano in gruppi e ruoli. In funzione all’età e disponibilità, assumeranno a seconda del compito loro affidato, i seguenti titoli: D’Azione; Supporto; Collaboratori e Staffette.(11)  Il “Gruppo d’Azione”: organizzato per effettuare atti di sabotaggio e azioni militari, propenderà per la clandestinità. Il gruppo “Supporto” sarà designato agli scontri di fuoco e di massa. Ai “Collaboratori” spettava il compito d’individuare e segnalare i movimenti avversari. Alle “Staffette di collegamento” competeva un ruolo prettamente informativo.

(10) – I partigiani Azionisti, Bianchi e aderenti, ritenevano di dover agire nelle azioni di guerra con molta prudenza, in quanto i fascisti avrebbero potuto ritorcersi sulla popolazione civile: elemento da cui nacque la divisione. Necessitava tuttavia valutare anche le vittime cadute nei bombardamenti alleati, i quali, dovendo eliminare le forze nazifasciste, provocavano inutilmente la morte di migliaia di civili italiani. I partigiani Rossi e associati di S. Michele, ritenevano al contrario, togliere di mezzo i fascisti, aprendo strade e città alle forze alleate, senza il bisogno che questi ne sganciassero le bombe. Il bombardamento di Treviso del 7 aprile 1944 ne prova la violenza distruttiva: 159 aerei scortati dai propri Caccia, sganciarono sulla città 2216 bombe, pari a 445 tonnellate di ordigni, i quali, in soli cinque minuti provocarono la morte di circa 2000 civili. Nel bombardamento nessun obiettivo militare fu colpito. Dal settembre 1944 sino alla Liberazione, anche S. Miche del Quarto fu bersaglio quotidiano da incursioni aeree, fortunatamente senza gravi danni.
(11) - All’epoca la popolazione altinate si riconosceva pressoché totalmente antifascista. Appoggi ai patrioti perciò ve n’ erano ovunque. Ai contadini va il merito maggiore di averli sfamati e nascosti.Per tale attività questo gruppo non assumerà alcuna denominazione. Pur tuttavia, interessati come siamo alla semplificazione del testo e ovviamente anche alla distinzione da un’impresa dall’altra, si è dovuto trasmettere a tali patrioti, il titolo ideale di “Infiltrati”, sui quali vi ritorneremo. Impazienti di rendersi utili i“Renitenti” alla leva obbligatoria, attendevano nascosti una chiamata qualunque. Chi voleva tirarsi fuori, gli equilibristi del momento ed erano radi, non fecero alcuna scelta. Per costoro il massimo della ribellione consisteva nell’astenersi e quando i fascisti si dileguarono, si esibirono esultanti, armati di tutto punto, a fronte della deserta Casa del Fascio. Ma non furono presi in considerazione.  Questo, per quanto riguarda i collegamenti partigiani di S. Michele del Quarto. Ed ora procediamo all’individuazione dei patrioti cosiddetti “Neutri”.

L’atteggiamento assunto da don Scattolin al sorgere della prima unità partigiana. La terza Resistenza
negli opuscoli del Ministero dell’Italia Occupata e i partigiani cosiddetti “Neutri”

Visti il disastro istituzionale, i tumulti locali, l’offensiva fascista in pieno svolgimento e il successivo prolungarsi, verificata la minor affluenza di fedeli alla Chiesa, don Scattolin pensò a come riavvicinare quanti avevano abbandonato la pratica religiosa, catalo-gando ciascun parrocchiano: conteggiati nell’insieme, tolto quindi i praticanti, dedotto gli incerti, desunto anche quelli in fase sperimentale, casuali compresi, ha tirato la somma per capire i restanti di gamba andassero zoppi. (12) Una gamba che non disdegnava l’indirizzo politico proposto dalla sinistra italiana; una propensione tuttavia considerata da don Scattolin contraria alla chiesa.
Ma chi erano in realtà questi giovani indecisi e che pure nella loro naturale titubanza, strizzavano l’occhio da una parte e nello stesso tempo lo rivolgevano anche dall’altra? Una gioventù sicuramente furibonda per come andavano le cose, impaziente di abbattere il regime, ma altrettanto bisognosa di capire da quale parte schierarsi.
Don Carlo tuttavia ignorava che a sinistra dello schieramento, si fosse attivata anche una folta schiera di cittadini dotati di un notevole senso della misura, e tanto meno sapeva che questi: poco noti e riservati tra l’altro, come numero prevalevano su tutti.  

(12) – Il numero contenuto degli abitanti di S. Michele del Quarto, permetteva al sacerdote di conoscere i cattolici praticanti, gli annuali e quanti non si recavano mai in chiesa. Questi ultimi venivano considerati contrari alla chiesa. In seguito don Scattolin, dovette mutare opinione, quando s’accorse che, anche chi non simpatizzava a sinistra, disertava continuamente la chiesa.

Anche la connotazione politica si rivelava quanto mai trasparente e sincera, riconoscibile nell’area umanistica, democratica, laica, di pretta marca progressista, di sinistra.(13)  Contraria al cauto atteggiamento dei Partigiani Cattolici e Azionisti e anche agli eccessi della sinistra, che però poteva prima liberarla presto dal fascismo, la popolazione di Quarto d’Altino non ha apprezzato molto il contributo dato alla causa della libertà.
Partigiani conosciuti solo per il nome di battaglia, lontani da qualunque ispirazione dottrinale, non anche dalla chiesa, ebbero ugualmente legami con la Resistenza; legami per cui di volta in volta (li chiameremo “Neutri”) favorirono un’azione piuttosto che un'altra, a volte rifiutandosi quando urtava la loro coscienza, determinando spesso il successo di molte imprese.
Talvolta non potendo partecipare all’organizzazione in cui credevano o simpatizzavano, aderivano ad altre formazioni: non di rado si trovano partigiani di natura “Neutra, Cattolica, Comunista, Socialista e d’Azione” inseriti in ciascuna delle rispettive compagini.
Ciò spiegherebbe anche la ragione per la quale il documento, rilasciato dal Ministero dell’Italia Occupata (che indica le famiglie dei partigiani neutri) reca per iscritto, l’appartenenza al gruppo o alla brigata in cui avevano combattuto e non in quella in cui ne condividevano le ragioni. Nel documento inoltre, vi si trova registrato il nome di battaglia assunto dal partigiano, la foto obliterata a secco e nominativo autentico. Vi appare anche il nome clandestino del Comandante o Capo di Brigata. Unito al certificato richiesto, veniva corrisposto a ciascuno una somma di denaro pari a Lire 5000. (14)  
Vorrei ricordare un fatto tuttora sconosciuto a Quarto d’Altino, un episodio nel quale, parteciparono anche i partigiani “Neutri”.  Nel pomeriggio del 26 aprile 1945 la Brigata “Piave” di S. Donà, effettuando un’azione militare su vasta scala, occupò il capoluogo sandonatese, Passerella, Chiesanuova, Musile e Portegrandi catturando non meno di 1500 prigionieri.

(13) – Dopo l’otto settembre 1943 a Roma si costituì il movimento dei Cattolici Comunisti. L’organizzazione determinò su tutta la nazione, una presenza assai consistente di partigiani cattolici tra le file comuniste. Anche S. Michele del Quarto e zone limitrofe ne furono interessate. Vedi Attilio Basso venti-treenne fattorino di banca, comunista cattolico praticante; Amedeo Peruch contadino di anni 39, fervente cattolico, non trovò difficoltà aderire al partito comunista: entrambi Partigiani del gruppo di S. Donà di Piave, furono fucilati il 28 luglio 1944 - Guido Bellemo 1920-1944 veneziano cattolico, si unì alla divisione Garibaldina “Nannetti” fu ucciso dai tedeschi - Franco Passarella 1925-1944: bresciano cattolico veneziano d’adozione, resistente garibaldino della Val Camonica, fu ucciso per errore dai partigiani delle “Fiamme Verdi”. Ecc. - (Vedi Tramontin)
(14) – Tale documentazione potrà essere diffusa solamente mediante Pubblicazione Ufficiale. Il presente fascicolo purtroppo, non ha tale requisito. D’altra parte anche il resto di quanto citato. In quest’ultima località, e precisamente all’osteria Carafia, dove per l’appunto sostava il comando della TODT e inoltre truppe tedesche situate nella sede del Magistrato alle Acque delle Trepalade; in un’irruzione congiunta, catturarono tutti gli avversari. Nei giorni che seguirono, la zona compresa sino a Caposile fu interessata da accaniti combattimenti, nei quali vi parteciparono tutte le forze partigiane di Quarto d’Altino. Nell’azione furono imprigionati circa 300 tedeschi. Una sollecita indagine pertanto, indispensabile a questo punto, prima che figli o nipoti smarriscano o scaraventino nell’immondizia tale documento, favorisce l’Assessorato alle Politiche Culturali di Quarto d’Altino, in un possibile pronto recupero. Il certificato riproduce fedelmente tutte le attività insurrezionali svolte dal titolare. In piena osservanza delle norme che disciplinano la corretta certificazione il documento, narra la storia partigiana locale; registra datazioni e vicende, individua particolarmente quei patrioti, che operarono nei nuclei “Supporto, Collaboratori, Infiltrati e Staffette”. Ruoli ritenuti non meno importanti, della pure rilevante funzione che aveva, lo sparuto “Gruppo d’Azione”.  

La prudenza e moderazione sostenute da don Scattolin

In quei difficili momenti don Scattolin non condannò mai nessuno, ricorse solo al dovere dell’impegno civile, alla parola prudenza, attenzione, moderazione, controllo nella dignità cristiana. (14) L’insegnamento della chiesa, infatti, non vietava ciò che, di fatto, il fascismo negava: la legittimazione di una guerra che doveva ridare all’uomo la libertà. Del resto anche l’enciclica papale del 1944 sollecitava, sia pure velatamente, direttive insurrezionali invitando le donne all’impegno civile e sociale. E fra le tante ragazze italiane, anche alcune giovani di S. Michele del Quarto risposero all’appello. Votate alla causa patriottica, gli interessi della patria andavano oltre ogni altra proposta, furono impiegate nel ruolo duro e costante di portaordini. (Staffetta) Ambasciatrici lucide e attive, portavano con sé notizie segrete, talvolta verbali, le più pericolose scritte. Transitavano isolate tra i campi, per le strade mal frequentate della zona, senza alcuna protezione.
Il parroco tuttavia, riteneva doveroso che qualcuno raccogliesse il tricolore dal fango in cui era caduto; nello stesso tempo chiedeva perdono per la stragrande maggioranza dei soldati Altinati costretti durante le occupazioni militari ad usare violenza contro i propri simili. Don Carlo dunque sapeva delle crudeltà compiute dai propri concittadini in terra straniera.  
Negli ultimi mesi di guerra civile, delazioni e tradimenti in campo nazionale erano all’ordine del giorno. Le vicende funeste che avevano in certe circostanze travagliato l’Italia, si stavano alla fine schiudendo. Si levarono allora i primi appelli delle rispettive parti politiche, della ragione di Stato e così via; esortazioni ed inviti perciò si manifestavano giornalmente, spesso fuorvianti e contrastanti. Da sinistra si sosteneva che tra i cattolici vi fossero troppe connivenze con il regime, che si volesse garantire una sostanziale impunità per quanti avevano mandato al potere il fascismo e collaborato.
I favoreggiamenti pressoché quotidiani, si registravano addirittura anche tra i religiosi, i quali talvolta, davano ricovero ai respon-sabili dei crimini più efferati. (Non don Scattolin) Accusati di favorire rapporti sociali con i fascisti, avvalendosi questi ultimi della nuova alleanza cattolica, bramavano cambiare cavalcatura reggendosi sempre in sella.
I cattolici a loro volta, dichiaravano che la sinistra soffrisse di una malattia patologica: una specie di rigorismo insensato, un incomprensibile giustizialismo, che si volesse svendere addirittura la Patria e che vi fosse solo un covo d’anticristi e mangiapreti. 
I partigiani Altinati, per quanto legati da una profonda amicizia, si guardarono di storto per lungo tempo. Spinti da quanti avevano interesse allo scontro, diretti da quanti volevano far credere che i veri nemici fossero i Garibaldini e non i fascisti alleati del tedesco invasore.

(14) – Nonostante don Scattolin avesse suggerito la riconciliazione; in un estremo atto d’amore verso il prossimo, originato da una richiesta di grazia per alcuni condannati a morte, si ritrovò nella medesima situazione dei patrioti altinati; quale di doversi preoccupare della propria incolumità, in un episodio che esamineremo più avanti.

                                                                                                 Bonesso Alfio Giovanni

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